27 ottobre 2010

L'ESAGERAZIONE DELLE TRE LETTERE N O I. CI VORREBBE UN PRONOME PER INDICARE SOLO ME E TE E NESSUN ALTRO


e non ci eravamo mai presi sul serio. nè noi nè quel nostro modo di mancarci appena. ma adesso i nostri occhi hanno sguardi migliori e niente su cui posarsi quando nelle nostre camere lontane regnano silenzi che sono imperi che cadono al suono delle nostre suonerie personalizzate. la musica che anticipa la tua voce. la colonna sonora delle nostre conversazioni infinite. abituarsi alle sirene della polizia che esplodono improvvise come un urlo che squarcia la calma della domenica. nel silenzio surreale della città. la città sporca del sangue incrostato del sabato notte. ai colloqui di lavoro non ci vado neanche più vestito bene. tanto alla fine non ci faranno mai sapere niente. ti richiamo dopo. dopo che avrò deciso cosa fare della mia vita. quindi richiamami tu che io potrei non farlo mai. e come spiegarti il modo in cui queste storie si impadroniscono della realtà. come un mondo immaginario possa a volte rapire e lacerare chi lo concepisce. forse perchè non è esattamente fantasia. e perchè continuare a farlo non so proprio dirtelo. so solo che lo faccio anche se non vale niente in termini economici quindi pratici quindi significativi.

20 ottobre 2010

chissà se riusciremo mai a tenere a mente almeno gli errori del passato.in questo presente che ingoia tutto ciò che è stato.che fine faranno questa volta tutti i nostri verbi al futuro e questo amore che a volte non riesce a sopraffare l'odio per tutto il resto. ma non fartene una colpa. è una questione d'istinto. è una disfunzione dell'immaginazione. anche se mi sembra più che reale il modo in cui ci stanno privando di ogni possibilità. ma tu lavora. lavora e compra. compra perchè ne hai bisogno. lavora perchè devi essere utile ma non a te stesso. lavora compra e vota. al resto ci penseranno loro. tu lavora compra vota e dormi sonni tranquilli alla luce alternata del televisore acceso. una sola morte commovente ci aiuterà a dimenticare tutte le nostre colpe. un'intervista con tanto di lacrime per convogliare tutte le nostre emozioni su una sola insignificante tragedia di cui non siamo complici. per allontanare l'orrore che porta le nostre firme. e mi chiedi pure perchè ho bisogno dell'ennesimo bicchiere per allontanare l'incubo di questa follia collettiva. siamo maschere da esibire agli occhi della gente e ci vergogniamo delle nostre stesse inquietudini. una generazione umiliata dalla sua stessa ignoranza. che volterei le spalle a tutto e tutti e non avrei più bisogno di un nuovo computer di leggere il giornale del caffè al bar della fila alle poste di cambiare font ai post di studiare la società post-industriale e di tutto ciò che non è strettamente legato a noi. e ci trasferiremmo fuori città a vivere fuori orario fuori campo fuori da ogni schema ma finalmente non ci sentiremmo più fuori posto. e invece ci hanno tolto anche la poesia. adesso stringimi finché siamo in tempo che tanto moriremo comunque. che tanto moriranno comunque. sempre troppo tardi, purtroppo.

6 ottobre 2010

LE PAROLE SI DIRADANO. NON SI PERDONO.

dici che non sai neanche se si può più parlare di case. che casa è un concetto troppo grande e chissà se tornerà mai più ad appartenerci. tra le migrazioni infinite per queste città che non durano mai abbastanza da diventare nostre. e ieri e oggi e oggi e domani. e ieri è oggi e oggi è domani. il passato e il futuro non esistono. esiste solo questo eterno presente in cui galleggiare incerti. costruirci pezzo per pezzo. parola per parola. polvere e cenere sulle nostre solitudini più spietate nella rapidità con cui stai profanando le parti più nascoste. e mi sorprende il fatto che non hai paura del buio. tu che sei l'antidoto ad ogni mio pensiero incompiuto. ora che non abbiamo più atti di fedeltà da compiere verso un passato che ci ha portati ad un presente impossibile. impassibile resterebbe il nostro volto dinanzi alla loro fine se non ci fosse in noi qualcosa di sbagliato. come quando sorridendo mi guardavi sorridere ma ci stava ad entrambi piovendo dentro. prendendo tempo attorno a questi stupidi giri di parole. perdendo tempo attorno a tutte le loro inutili parole. è il frastuono umano che deturpa il silenzio naturale delle cose, lo so, ma noi non possiamo ancora permettercelo, il silenzio. nell'irreversibilità dell'odio che ci siamo inevitabilmente gettati contro e la paura di sprecare l'immensità di questa gioia improvvisa. che poi non è vero che le stelle cadono e non fanno rumore. a volte restano attaccate alle nostre volontà di vetro. come le cose che impariamo da piccoli e non riusciamo a dimenticare neanche a volerlo. come i segni delle tue lacrime sui miei vestiti sbiaditi. quando hai scoperto che vivere non è poi come te l'hanno sempre descritto.

27 agosto 2010

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13 agosto 2010

quando parliamo del futuro di che cazzo parliamo. sulle corsie preferenziali dei nostri silenzi si allontanano a folle velocità le possibilità abbandonate. e noi fermi a bordo strada. aspettando un passaggio che non so se verrà ma non credo che venga. e la metrica lo stile la forma la dizione la struttura dell'immagine e chi cazzo se ne fotte. la realtà. la realtà, porca puttana. la realtà è che non siamo un cazzo. la realtà è che possiamo solo accontentarci. delle parole riclate e scopare sempre negli stessi posti. che chissà chi ci hai portato prima, dici. metti da parte i sorrisi per quando non saremo più noi. per quando non ci sarà più nulla di inaspettabile. per quando il dramma si sarà consumato del tutto. e dio, se ci sarà bisogno di ridere. oltre il disgusto. oltre il senso comune di morale che ci dà la nausea. nel frattempo non regalargli neanche un sorriso. non una lacrima. soltanto parole come sputi in faccia. anche se tutti gli altri sono stati ingoiati e poi trasformati nonostante i loro buoni propositi iniziali. nonostante la cazzata del noi non saremo mai come loro. anche se non c'è nulla di immutabile e niente torna mai indietro. che ti terrei con me una vita intera e invece ti raggiungeranno solo le mie parole peggiori e non mi riconoscerai neanche. dopo il silenzio che ha devastato le nostre migliori intenzioni.

29 luglio 2010

NELL'IMPOSSIBILITA' DI SMETTERE OLTRE IL PIACERE

io te e l'alba. tutto il resto è stato spazzato via dalle parole che non avremmo dovuto dire. che vadano pure a farsi fottere Berlino Parigi e Milano. dici che più cinico di me soltanto dio. tutte le occasioni disperse e i lavori di merda che non vediamo l'ora di lasciare. ci hanno raggiunti anche qui. i centri commerciali, la coca, i turisti inglesi e le loro parole peggiori. quando ogni respiro è un miracolo e ce ne accorgiamo solo quando stiamo soffocando. ogni nostro piccolo gesto è una lotta per la sopravvivenza in questo paradiso spietato. accorgersi di non avere più vent'anni è un po' come morire una prima volta. questa vita sfigurata e i doppi turni. il tempo che non basta mai per consumarci abbastanza. quando è troppo tardi per scopare che tu devi andare a lavorare e ritorni che io devo andare a lavorare. tanto poi tu parti e io non avrò mai tempo per inseguirti. resteremo io e l'alba. senza di te. l'essenza di te in fondo a mille bicchieri. l'assenza come presenza costante in questa vita dislocata altrove. almeno ti resterà di che scrivere, dici. quando io preferirei restare senza parole.

13 luglio 2010

CON LO STESSO APPARATO RESPIRATORIO DEGLI SQUALI. E NON SOLO QUELLO.

e all'improvviso arriva i silenzio. pesante come il cielo che inizia a sbiadirsi. i nostri giorni che non hanno mai ventiquattro ore sezionati nei modi più diversi. alla fine l'asfalto è sempre bagnato e rosso. la violenza deve pur sfociare da qualche parte. e noi sempre felici, sorridenti e disponibili per contratto. il buon umore come convenzione sociale. dici che dormo sempre troppo poco. sarà che mi sembra una perdita di tempo che non possiamo permetterci. l'incompletenza del pronome io. e per sentirci vivi finiamo sempre a farci del male. nella stagione dei ritorni momentanei che tanto poi ci spargeremo di nuovo tutti per le città di questa italia Patetica. sarà dopo la fine dei rapporti stagionali come i nostri lavori di merda. che la stabilità è un concetto estraneo alla nostra generazione precaria in tutto e per tutto. le vene dei nostri amici che per fortuna non si tagliano bene. giuro di dire la verità, solo la verità, nient'altro che la verità: io odio la razza umana. a parte qualche rara e significativa eccezione. la nostra apatia che ha radici nell'impossibilità. la difficoltà della nostra sincerità. come il tuo culo fasciato di nero e le nostre bocche sporche di noi.