questo blog chiude qui. fondamentalmente, perché non ci si accontenta più della luna. perché delle stelle o meteore che siano non ce ne frega più niente. perché i momenti lunghi anni passano e non ci appartengono più. perché neanche nello spazio virtuale riusciamo a starcene fermi e ci siamo stancati dei codici html per cambiare font ai post che poi non funzionano mai. perché tutto cambia e si trasforma dopo che la vita ci ha ingoiati, masticati e risputati cambiati. perché neanche noi sappiamo bene cosa siamo però continuiamo ad esserlo per quell’istinto che non ci abbandona mai. per abbondanza di parole che non vogliono saperne di starsene ordinate sulle pagine insieme alle altre più disciplinate, che appaiono solitarie su ogni superficie cartacea o no e poi si ritrovano magicamente bene insieme e si tengono per mano separate solo da un piccolo puntino, senza essere mai grandi, tutte alla stessa altezza in un’utopica uguaglianza totale, come se non ci fossero momenti più importanti di altri perché la vita è vita tutta e tutta va’ vissuta. per questo e altro questo blog continuerà altrove. forse sembrerà che niente sia cambiato e invece tutto è cambiato. a volte, forse, le parole qui presenti ritorneranno quando ci dimenticheremo di averle già scritte o perché proveremo le stesse sensazioni di un particolare istante di mille vite fa’. ma comunque tutto è cambiato lo stesso. e chissà se serviva davvero farsi la guerra.
le cronache da un'italia non troppo immaginaria saranno sul blog di http://santoalcontrario.altervista.org/
10 febbraio 2011
"A CHE COSA PENSANO QUESTI UMANI FRAGILI?"
delle nostre immense distanze misurabili in centimetri. delle nostre chilometriche vicinanze. di quando te ne sei andata senza lasciarti dietro neanche un ciao. solo il tuo profumo su tutte le lenzuola e le tue impronte sparse per casa. oppure dei treni che partono puntuali solo quando dobbiamo dirci addio. e l’ultima sigaretta ha sempre un sapore un po' strano. per il tempo spietato che ci ha portati via. adesso che è iniziato questo processo irreversibile del diventare grandi davvero e magari riusciamo anche a farcela. noi che comunque a volte riusciamo ancora a trovare la forza per farli tremare. quando mi guardi in quel modo chissa' a che cosa pensi. chissa' a chi pensi. tra i palazzi schierati per proteggerci o per manganellarci meglio, bambina mia. e le tue cronache da un’Italia immaginaria. le mie parole indecifrabili. se ci nascondiamo dietro altri nomi perché siamo veramente diversi. se lei e lui prima o poi se ne andranno via perché questo paese sta' diventando invivibile. se vogliono avere ancora tanto di cui ridere insieme. se questo è il governo delle puttane che ci meritiamo e non è neanche la cosa peggiore che ci stanno facendo. non è neanche la cosa piu' nauseante che stiamo vivendo. sapendo che possiamo cadere ancora più in basso di cosi'. se mi ami ora e questo ora mi fa’ così tanto schifo. chiudi la finestra sbarra le porte dimentichiamoci di tutto e di tutti come se ci bastassimo a vicenda come se il mondo intero potesse sparire di colpo e non esistere piu'. come se invece non avessimo dentro quel non so cosa che ci fa’ interessare infuriare disgustare. penso che ho di nuovo i brividi e mi lascio prendere da domande inutili. e ti porterei a sorridere dove non siamo che noi.
22 gennaio 2011
di Eravamo e di Siamo che poi si scoprono essere fratellastri
la felicità che sta dietro ad un letto sempre disfatto e i tuoi occhi in cui naufragare. nelle sere in cui non ci importa di niente. non delle lettere di licenziamento come dichiarazioni di guerra né di tutti gli altri che sono stati rispediti indietro oppure mandati dove saranno per sempre irraggiungibili. dice che il suo nuovo lavoro in fondo non è nient'altro che essere ciò che non è. dopo il turno serale registra a notte fonda e sarà per questo che spesso sussurra. e il tutto sembra sempre così incomprensibile e invece poi arriva sempre una frase che ti svela il senso e cazzo era proprio là e o ti fa' sorridere o ti fa' quasi piangere. c'è quel pezzo registrato un pomeriggio in spiaggia in cui ad un certo punto si sente le tua voce che gridi da lontano. eravamo tutti allegri e spensierati. era il periodo delle vene ancora intere e delle prime occupazioni. dopo i nostri sogni sono naufragati e morti anneggati mentre cercavano di attraversare su un'imbarcazione precaria quella striscia sottile tra la sponda dell'adolescenza e quella dell'età adulta. poi abbiamo dovuto trovare qualcuno che ci aiutasse a costruircene di nuovi e alcune parole ci sono rimaste conficcate dentro. adesso copri il tatuaggio e metti il piercing in tasca prima di entrare in ufficio. mentre G non ha ancora deciso cosa cazzo fare e dice che dobbiamo allargare le nostre vedute però mi sa che non si allontanerà mai da quei quattro angoli. gli arrivederci detti a denti stretti che poi erano degli addii. quando per inseguire quello che avremmo desiderato essere ci siamo ritrovati completamente soli e i palazzi e i cieli erano alti e grigi come nei peggiori bianco e nero. era per noi che anche a continenti di distanza ci sentivamo respirare e sapevamo cosa volevamo ma cazzo adesso non sapremmo proprio immaginare dove andremo a finire o forse non osiamo proprio farlo. e corriamo per non fermarci a morire perchè noi non faremo la fine dei nostri genitori. però magari ricominciamo anche a volare. e comunque siamo ancora tutti vivi a parte qualcuno.
29 dicembre 2010
E ADESSO PUOI RINCHIUDERTI NEL BAGNO A VOMITARE LE TUE POESIE
e infatti sono andati via tutti. a malincuore ed esalando un primo sospiro di sollievo. come si lascia la prima donna amata. come si lascia una madre ad invecchiare in un ospizio scadente. e noi testardi e folli idioti ancora innamorati del mare. figure in dissolvenza nel niente di fatto. mentre altri futuri e altri scontri esplodono nel cielo distillato della vostra calma apparente. si capiva a prima vista che si era trasferita a bologna dal senso di emulazione di gesti irripetibili che si portava addosso. e poi perchè tutti i suoi vestiti odoravano di fumo buono. di quello che noi non ci possiamo mai permettere. come i nostri obiettivi troppo costosi. accontentarsi. accontentarsi. accontentarsi. che poi quand'è che i soldi hanno iniziato ad essere un fattore così importante per le nostre vite? e il cielo è sempre più nero, altrochè. e la rivoluzione se è un gioco non possiamo più concedercelo. che la nostra è più che altro una vita violentata. e nonostate tutto ammettere di essere felici così come si ammette una colpa. per il ruolo che ci siamo scelti o che più semplicemente ci siamo ritrovati appiccicato addosso. come quando mi dici che il nero mi donava di più e allora non hai capito un cazzo. ma tanto il passato è come quelle parole su fogli impolverati che ritrovi in fondo ai cassetti e che non ricordavi neanche di avere scritto.
6 dicembre 2010
DI RICORDI INTERMITTENTI E DI FUTURI ABBOZZATI
e anche quando non c'è più niente da fare resta comunque tanto da dire. è la città che ci ingravida di parole. è questo amore che ci infebbra la vita. ed è quello che ti meriti. però ricordati dei nostri peccati passati e di tutte le volte che ci siamo squarciati le braccia nei quartieri neri. erano vie intitolate a uomini di stato poeti artisti santi e altri nomi di gente a noi sconosciuta. essere sinceri ed essere insensibili. l'inestimabile valore di questi pezzi di carta che non sanno volare. che ci venivano incontro le madri rimaste orfane di figli spariti ormai per sempre. essere spietati ed essere comprensivi. incomprensibile è questo bisogno di trovarsi da una qualche parte della barricata e non riuscire invece a vivere al di fuori di tutto senza averne paura. tengono i negozi aperti tutta la notte per noi che non abbiamo un centesimo. le luci di natale e le lacrime di dicembre per noi che non abbiamo un cazzo da festeggiare. arriverà un giorno e sarà interminabile. sarà per noi che parliamo da soli e per tua madre non ha più niente da raccontare. esplodono in terra quei nostri amori che ci sembravano epocali e invece erano solo un' ouverture tra l'altro male interpretata. e sopravviveremo ancora ai nostri ricordi intermittenti ai futuri abbozzati e ai versi delle canzoni come manganelli della polizia.
28 novembre 2010
"CHE BISOGNA ESSERE FOLLI PER ESSERE CHIARI"
ci sono questi palazzi enormi che sono come cattedrali moderne. e noi due a camminarci in mezzo per proteggerci dal vento e dalla polizia della gente per bene. parlando di progetti futuri che non riescono ad oltrepassarli e restano ad aleggiare improbabili a circa due metri d'altezza dall'asfalto ancora asciutto. le nostre vite in cassa integrazione per sei mesi un anno e poi chissà. la disintegrazione delle nostre insicurezze interiori. a colpi di abbracci e di discussioni vagheggianti su cosa penserebbe Pasolini della televisione di oggi. e di notte certi botti che non sai mai se sono fuochi artificiali lontani oppure spari sotto casa. girato l'angolo c'è un presidio al giorno di neodisoccupati e i neolaureati che ci passano davanti a testa bassa. lo sguardo ad un asfalto nero come il futuro ma poi chissà. magari a noi andrà meglio. che poi con tutte queste fabbriche abbandonate è un peccato che per noi non sia più tempo di rave. che sia sempre tempo di pagare l'affitto. per un altro inverno senza riscaldamento. per andare ai concerti con le bottiglie di vino nella tua borsa. che vivere costa sempre troppo e a volte noi non potremmo proprio permettercelo. dovremmo accontentarci di esistere. e i ritardi gli scontri questi eserciti di quattro cinque persone che se ci pensi bene siamo un po' in guerra anche noi. partiremo senza salutare e torneremo solo dentro a un libro. per rifarci ancora le anime e non avere più niente da invidiare a dio. per questi amori che sono una dichiarazione di guerra alle tristezze e alle solitudini indesiderate. una guerriglia suburbana per un irrinunciabile diritto ad essere. ci troveranno armati e inconsapevoli. ci sorprenderanno spensierati disperati e sorridenti. e non avremo scampo o forse chissà potremmo anche farcela.
27 ottobre 2010
L'ESAGERAZIONE DELLE TRE LETTERE N O I. CI VORREBBE UN PRONOME PER INDICARE SOLO ME E TE E NESSUN ALTRO
e non ci eravamo mai presi sul serio. nè noi nè quel nostro modo di mancarci appena. ma adesso i nostri occhi hanno sguardi migliori e niente su cui posarsi quando nelle nostre camere lontane regnano silenzi che sono imperi che cadono al suono delle nostre suonerie personalizzate. la musica che anticipa la tua voce. la colonna sonora delle nostre conversazioni infinite. abituarsi alle sirene della polizia che esplodono improvvise come un urlo che squarcia la calma della domenica. nel silenzio surreale della città. la città sporca del sangue incrostato del sabato notte. ai colloqui di lavoro non ci vado neanche più vestito bene. tanto alla fine non ci faranno mai sapere niente. ti richiamo dopo. dopo che avrò deciso cosa fare della mia vita. quindi richiamami tu che io potrei non farlo mai. e come spiegarti il modo in cui queste storie si impadroniscono della realtà. come un mondo immaginario possa a volte rapire e lacerare chi lo concepisce. forse perchè non è esattamente fantasia. e perchè continuare a farlo non so proprio dirtelo. so solo che lo faccio anche se non vale niente in termini economici quindi pratici quindi significativi.
20 ottobre 2010
chissà se riusciremo mai a tenere a mente almeno gli errori del passato.in questo presente che ingoia tutto ciò che è stato.che fine faranno questa volta tutti i nostri verbi al futuro e questo amore che a volte non riesce a sopraffare l'odio per tutto il resto. ma non fartene una colpa. è una questione d'istinto. è una disfunzione dell'immaginazione. anche se mi sembra più che reale il modo in cui ci stanno privando di ogni possibilità. ma tu lavora. lavora e compra. compra perchè ne hai bisogno. lavora perchè devi essere utile ma non a te stesso. lavora compra e vota. al resto ci penseranno loro. tu lavora compra vota e dormi sonni tranquilli alla luce alternata del televisore acceso. una sola morte commovente ci aiuterà a dimenticare tutte le nostre colpe. un'intervista con tanto di lacrime per convogliare tutte le nostre emozioni su una sola insignificante tragedia di cui non siamo complici. per allontanare l'orrore che porta le nostre firme. e mi chiedi pure perchè ho bisogno dell'ennesimo bicchiere per allontanare l'incubo di questa follia collettiva. siamo maschere da esibire agli occhi della gente e ci vergogniamo delle nostre stesse inquietudini. una generazione umiliata dalla sua stessa ignoranza. che volterei le spalle a tutto e tutti e non avrei più bisogno di un nuovo computer di leggere il giornale del caffè al bar della fila alle poste di cambiare font ai post di studiare la società post-industriale e di tutto ciò che non è strettamente legato a noi. e ci trasferiremmo fuori città a vivere fuori orario fuori campo fuori da ogni schema ma finalmente non ci sentiremmo più fuori posto. e invece ci hanno tolto anche la poesia. adesso stringimi finché siamo in tempo che tanto moriremo comunque. che tanto moriranno comunque. sempre troppo tardi, purtroppo.
6 ottobre 2010
LE PAROLE SI DIRADANO. NON SI PERDONO.
dici che non sai neanche se si può più parlare di case. che casa è un concetto troppo grande e chissà se tornerà mai più ad appartenerci. tra le migrazioni infinite per queste città che non durano mai abbastanza da diventare nostre. e ieri e oggi e oggi e domani. e ieri è oggi e oggi è domani. il passato e il futuro non esistono. esiste solo questo eterno presente in cui galleggiare incerti. costruirci pezzo per pezzo. parola per parola. polvere e cenere sulle nostre solitudini più spietate nella rapidità con cui stai profanando le parti più nascoste. e mi sorprende il fatto che non hai paura del buio. tu che sei l'antidoto ad ogni mio pensiero incompiuto. ora che non abbiamo più atti di fedeltà da compiere verso un passato che ci ha portati ad un presente impossibile. impassibile resterebbe il nostro volto dinanzi alla loro fine se non ci fosse in noi qualcosa di sbagliato. come quando sorridendo mi guardavi sorridere ma ci stava ad entrambi piovendo dentro. prendendo tempo attorno a questi stupidi giri di parole. perdendo tempo attorno a tutte le loro inutili parole. è il frastuono umano che deturpa il silenzio naturale delle cose, lo so, ma noi non possiamo ancora permettercelo, il silenzio. nell'irreversibilità dell'odio che ci siamo inevitabilmente gettati contro e la paura di sprecare l'immensità di questa gioia improvvisa. che poi non è vero che le stelle cadono e non fanno rumore. a volte restano attaccate alle nostre volontà di vetro. come le cose che impariamo da piccoli e non riusciamo a dimenticare neanche a volerlo. come i segni delle tue lacrime sui miei vestiti sbiaditi. quando hai scoperto che vivere non è poi come te l'hanno sempre descritto.
27 agosto 2010
13 agosto 2010
quando parliamo del futuro di che cazzo parliamo. sulle corsie preferenziali dei nostri silenzi si allontanano a folle velocità le possibilità abbandonate. e noi fermi a bordo strada. aspettando un passaggio che non so se verrà ma non credo che venga. e la metrica lo stile la forma la dizione la struttura dell'immagine e chi cazzo se ne fotte. la realtà. la realtà, porca puttana. la realtà è che non siamo un cazzo. la realtà è che possiamo solo accontentarci. delle parole riclate e scopare sempre negli stessi posti. che chissà chi ci hai portato prima, dici. metti da parte i sorrisi per quando non saremo più noi. per quando non ci sarà più nulla di inaspettabile. per quando il dramma si sarà consumato del tutto. e dio, se ci sarà bisogno di ridere. oltre il disgusto. oltre il senso comune di morale che ci dà la nausea. nel frattempo non regalargli neanche un sorriso. non una lacrima. soltanto parole come sputi in faccia. anche se tutti gli altri sono stati ingoiati e poi trasformati nonostante i loro buoni propositi iniziali. nonostante la cazzata del noi non saremo mai come loro. anche se non c'è nulla di immutabile e niente torna mai indietro. che ti terrei con me una vita intera e invece ti raggiungeranno solo le mie parole peggiori e non mi riconoscerai neanche. dopo il silenzio che ha devastato le nostre migliori intenzioni.
29 luglio 2010
NELL'IMPOSSIBILITA' DI SMETTERE OLTRE IL PIACERE
io te e l'alba. tutto il resto è stato spazzato via dalle parole che non avremmo dovuto dire. che vadano pure a farsi fottere Berlino Parigi e Milano. dici che più cinico di me soltanto dio. tutte le occasioni disperse e i lavori di merda che non vediamo l'ora di lasciare. ci hanno raggiunti anche qui. i centri commerciali, la coca, i turisti inglesi e le loro parole peggiori. quando ogni respiro è un miracolo e ce ne accorgiamo solo quando stiamo soffocando. ogni nostro piccolo gesto è una lotta per la sopravvivenza in questo paradiso spietato. accorgersi di non avere più vent'anni è un po' come morire una prima volta. questa vita sfigurata e i doppi turni. il tempo che non basta mai per consumarci abbastanza. quando è troppo tardi per scopare che tu devi andare a lavorare e ritorni che io devo andare a lavorare. tanto poi tu parti e io non avrò mai tempo per inseguirti. resteremo io e l'alba. senza di te. l'essenza di te in fondo a mille bicchieri. l'assenza come presenza costante in questa vita dislocata altrove. almeno ti resterà di che scrivere, dici. quando io preferirei restare senza parole.
13 luglio 2010
CON LO STESSO APPARATO RESPIRATORIO DEGLI SQUALI. E NON SOLO QUELLO.
e all'improvviso arriva i silenzio. pesante come il cielo che inizia a sbiadirsi. i nostri giorni che non hanno mai ventiquattro ore sezionati nei modi più diversi. alla fine l'asfalto è sempre bagnato e rosso. la violenza deve pur sfociare da qualche parte. e noi sempre felici, sorridenti e disponibili per contratto. il buon umore come convenzione sociale. dici che dormo sempre troppo poco. sarà che mi sembra una perdita di tempo che non possiamo permetterci. l'incompletenza del pronome io. e per sentirci vivi finiamo sempre a farci del male. nella stagione dei ritorni momentanei che tanto poi ci spargeremo di nuovo tutti per le città di questa italia Patetica. sarà dopo la fine dei rapporti stagionali come i nostri lavori di merda. che la stabilità è un concetto estraneo alla nostra generazione precaria in tutto e per tutto. le vene dei nostri amici che per fortuna non si tagliano bene. giuro di dire la verità, solo la verità, nient'altro che la verità: io odio la razza umana. a parte qualche rara e significativa eccezione. la nostra apatia che ha radici nell'impossibilità. la difficoltà della nostra sincerità. come il tuo culo fasciato di nero e le nostre bocche sporche di noi.
6 luglio 2010
L'ASTRATTEZZA DI QUESTO VOLERSI BENE
avremo bisogno di una trasfusione di buoni propositi. tra le eterne distanze e le infinite ripartenze. nella nostra totale mancanza di fiducia. quando eravamo distanti eppure così vicini. quando siamo vicini eppure così distanti. perse tutte le guerre di indipendenza dai legami più complicati. le nostre vite con fusi orario da continenti diversi. chilometri di fili trasparenti tra le nostre anime, ingarbugliati ai fuori programma. tanto anche se parlassi non sentiresti niente. ci sono troppe pubblicità e poche zone d'ombra. magari se ci fosse un modo per tenersi distanti si potrebbe anche sperare. altro assenzio in fiamme sui nostri isolamenti forzati. che ci sono rimaste in testa tutte le parole inopportune. l'attesa ai tempi della comunicazione immediata. quando sentirsi e vedersi non è mai come toccarsi. quando speri di perdere tutto. e gli scontrini smarriti delle nostre promesse. arrivederci amore a quando saremo peggiori. che ci hanno rubato anche l'estate e quella strana cosa che non ci faceva dormire. per tutte le volte che non abbiamo avuto la forza per ferirci e per i risvegli perduti. i costanti ci vediamo presto per modo di dire. per tutti i sorrisi che non sono serviti a niente. magari ci fosse un modo per tenerci vicini. potremmo ancora permetterci il lusso della meraviglia. il romanticismo ai tempi dell'inquinamento. dei cieli senza più stelle. nuotiamo tra i sacchetti della spesa dismessi e i bicchieri vuoti della sera prima. tra le bottiglie con dentro lettere di licenziamento da questa vita. cosa c'è di bello nel nascere in riva al mare se è un mare di rifiuti. e scopiamo sulle spiagge dimenticare per dimenticarci. sotto le mura delle case abusive. e dovrà pur esserci un condono per i nostri rapporti illegali.
"pochi motivi per dire la verità
molti per mentire"
23 giugno 2010
TRA L'INUTILITA' DEI NOSTRI DISCORSI PIU' IMPEGNATI
saremo clandestini per sempre. in questo paese del si sa ma non si dice. in questo perenne silenzio stampa forzato. e chissà se saremo in grado di riconoscerci quando e se ci capiterà di scontrarci. ora le nostre vite sovrappeso perdono pezzi in tutti gli aereoporti. con i cani della finanza che ci vengono allegramente incontro per gli odori che ci siamo portati dietro dalle città più lontane. la deframmentazione dei nostri desideri più grandi e la difficile sopravvivenza dei ricordi. immaginando i futuri più improbabili tra le nostre mani che si stringono solo di notte e le parole non dette e quelle gridate. mentre i tassisti notturni non provano pietà per le nostre divisioni infinite. in questa città per cui abbiamo trovato l'antidoto. quando hai cercato di spiegarmi la tua teoria su una vita felice insieme a me e io non ho capito un cazzo. con il mio rifiuto per il farsene una ragione. con la lucidità dell'impossibilità del cambiamento immediato. con il disprezzo verso la comodità dell'adattamento. ci hanno incastrato tutti. nell'illusione dell'essere importanti nei nostri piccoli ruoli da società civile ed evoluta. è una fine inevitabile. quando a sedici anni pensavamo ad un mondo ingovernato e a venti credevamo di poterlo cambiare partendo dal basso. e adesso? adesso si bruci Troia con tutti i suoi abitanti anestetizzati. che Atlantide si inabissi e non riemerga mai più. che l'intero pianeta scompaia e non venga mai più ricreato da un dio imperfetto. nel frattempo faccio un altro bagno in mare, prendo ancora un po' di sole e..cazzo, ho finito le sigarette. e non ci vediamo già da un mese. pazienza. vado a farmi un'altra birra.
9 giugno 2010
"inizia dall'inizio e vai avanti finché non arrivi alla fine: poi, fermati."
ora che il nostro amore lo abbiamo fatto a pezzi chiuso in una sacca e gettato nel fiume del tempo per farne sparire ogni traccia. ora che non so più il tuo nome e non so neanche se esisti. la vita è bene viverla come un viaggio ma viverla da turisti forse è un po' troppo. le luci notturne delle navi da crociera che al mattino vomitavano turisti sul porto di messina che poi alla sera ripartivano senza aver trovato un cazzo da vedere a parte un duomo di merda. c'era quella canzone di non ricordo chi che parlava di non ricordo cosa che ti piaceva così tanto. poi abbiamo chiuso gli occhi e desiderato che tutto svanisse. come sempre, la paura ha avuto la meglio su tutto. sui film della nouvelle vague che finiscono all'alba e sui libri sgualciti per l'eccessivo leggerceli a vicenda. nei pomeriggi infiniti a cercare la vita e nelle notti troppo corte il giorno prima di ripartire. adesso ci guardiamo intorno e pensiamo che questo posto sia splendido. splendido e altrettanto inutile. o inutilizzato. tra i vecchi che bestemmiano a denti stretti e i ventenni senza neanche la voglia di incazzarsi. mentre da lontano ci chiedono come cazzo facciamo a resistere ancora in questo deserto in riva al mare. a tormentarci con le solite domande senza risposta. in fondo non è nient'altro che noia se questi pomeriggi sono una strage di caffè ammazzati a colpi di montenegro. in questo tempo che non vuole morire. tra i ricordi accatastati come vecchi giornali pieni di notizie che non ci riguardano più ma che hanno fatto la nostra storia. tanto non avremo mai prove sufficienti. ciò non vuol dire che smetteremo di dire. quando saremo stanchi delle continue ripartenze, dei futuri sempre troppo lontani, dei denti spezzati a forza di mordere pietre. sarà allora che spegneremo il motore, getteremo via la chiave e inizieremo l'adattamento. per non essere mai più noi stessi. per avere un posto da chiamare casa. per continuare a chiederci a cosa sarà servito tutto questo. intanto ci tocca di vivere al passo rapido dei nostri tempi. cercare trovare prendere lasciare perdere perdersi. a volte ritrovarsi. amarci quasi per caso e odiare anche d'istinto. così poetici e patetici. così schifosamente umani.
3 maggio 2010
alla fine è stato un drammatico bisbiglio da palcoscenico

al telefono stiamo a misurarci le distanze. non avendo più niente da dirci. sintetizziamo i ricordi creando nuove droghe. l'inadeguatezza dei nostri sorrisi e l'inutilità delle loro parole non riuscirà a scalfire la nostra voglia di farci del bene e del male. di farci nel bene e nel male. con le nostre emozioni desaturate abbelliremo questi appartamenti spogli pieni solo di fogli sporchi. che tanto poi li abbandoneremo come abbiamo sempre fatto con tutto. con il bisogno urgente di altre trasfusioni di voglia di vita andiamo in cerca di volti nuovi che assomiglino a quelli che abbiamo buttato via. ricicleremo i nostri corpi usati e ci aiuteremo a smettere di amare. per non ostruirci più le arterie i cuori e le anime. per danneggiare gravemente noi e chi ci sta intorno. è il nostro irreprimibile istinto alla sopraesistenza. e ci confessiamo le nostre vite tra una bottiglia di vino e un grammo tagliato male. avremo rimpianti per tutta la vita nonostante tutte le convinzioni che cerchiamo di ficcarci in testa. che quell'abbraccio resta il migliore che abbia mai ricevuto. altro che queste splendide troie da una notte. altro che queste principesse benpensanti e innocenti. abbiamo sempre amato il peccato e lo sporco. il piacere oltre il sentimento. noi che abbiamo sia sentimenti che sensazioni altrimenti non saremmo davvero vivi. è il motivo per cui non avremo mai pace. è ciò che ci spinge a godere e soffrire. ci innamoreremo di due splendide fasciste perchè restiamo due anarchici del cazzo nel senso più estremo del termine. perchè siamo davvero liberi di fare ciò che più ci viene spontaneo. tipo ordinare coca cola al bar più borghese di piazza duomo. parlando di come eravamo dieci anni fa e riconoscendoci ancora in Colla di Irvine Welsh. oggi come ieri. oggi più di ieri. ammettere che ci siamo soltanto illusi di avere dimenticato ciò che abbiamo perso lungo la strada per arrivare fino a qua. che poi questo qua a cui siamo arrivati non sappiamo nè dove nè cosa sia. tanto arrivare è sempre stato solo una scusa per ripartire. ché non abbiamo ancora abbastanza cicatrici per fermarci. ci sono ancora chilometri di strisce bianche da cancellare e litri di inchiostro da versare e cantine intere da svuotare. e lo spazio edificabile sulle nostre anime è ancora così tanto.
25 aprile 2010
daremo un nome a tutto ciò che facciamo. per poterlo poi dimenticare
dici che vai ancora a rifuggiarti nelle chiese. ci vai a cercare il silenzio sapendo di non trovarci dio. ascoltando tutti i nostri progetti disincantati cantati male su note nate per caso. adesso che abbiamo imparato a rispettare le distanze. tutte le distanze che ci hanno salvati. ora che cerchi di capire come procede la mia vita scrutando tra le mie parole. se riesci a capirlo chiamami e spiegamelo. perchè è finita che non so più neanche come mi chiamo. quindi me lo faccio scrivere sulla pelle in un momento di lucidità. e mi vesto di nero per non sbilanciarmi. come quando alzo le spalle se mi chiedi se adesso sono felice. sarà che parlo e scrivo al plurale anche quando sono solo. con questo schifo di lavoro che mi costringe a stare tutta la notte in mezzo alla gente ma pur sempre fondamentalmente solo. le nostre vite non aspettano più le loro coincidenze. così mi tocca di viaggiare tra spogliarelliste con tette da diecimilaeuro e fascisti che piangono raccontandomi delle loro vite di cui non me ne fotte un cazzo. saremo camerieri e barman per tutta la vita perchè le note le immagini e le parole non si mangiano. non ci diranno mai più buonagiornata e dovremo ringraziare senza ricevere nulla. è la società fondata sul lavoro che hanno sempre cercato di insegnarci. è il mio personale suicidio a tempo determinato e tu che mi dici che non sono nato per questo. che sto svendendo la mia esistenza. la verità è che non ho più l'età per amarmi. e questa vita si svuota rapida come quattro bottiglie sull'isola lunga delle nostre nottate. una fetta di limone a dare il restrogusto aspro necessario. o forse avevi ragione tu. abbiamo sempre avuto bisogno di ingozzarci di tutto questo schifo. di infettarci a contatto con l'umanità marcia. di respirare l'aria putrida dei corpi in decomposizione. ci serve per riuscire a coltivare queste distese bianche altrimenti aride. poi sorrideremo con quell'espressione da impostori. come il finale di quel film che abbiamo visto sei anni fa.
14 aprile 2010
dimmi che non sai farti una volta da sola se non sei con me. vendo tutto, se vuoi. anche quello che non ho mai avuto e tutto ciò che non ho più. i volti a cui non riesco a dare un nome e i luoghi a cui non so dare uno spazio definito. definitivo sembra questo lasciarsi andare all'impreciso. il nostro concetto di vita che andrebbe forse rivisto. questo silenzio asfissiante che si dilunga oltre la peggiore delle ipotesi. respira ancora e continua a contare. la città come non l'abbiamo vista mai. tra il bianco e il nero dei tasti abbiamo intrecciato le nostre vite. chiudi gli occhi e immagina. ti colpiranno mentre sogni. è il motivo per cui ci danno la speranza. respira ancora e continua a raccontare. che viviamo in un paese sempre più verde con un futuro sempre più nero. il coraggio che abbiamo di restare. nonostante i preti, la televisione e io che ti dico che non c'è niente da fare. c'è solo da farsi. nei pomeriggi daltonici sulle spiagge abbandonate. tornerà di nuovo l'estate e noi a scappare da turiti tristemente allegri. tornerà il sole ma non quello che abbiamo perso. ancora una volta ritornerà a scoppiarci qualcosa dentro al cuore. all'improvviso. e ci sentiremo nuovamente vivi. all'improvviso. come se fosse la cosa più semplice da fare. quasi fosse facile come morire. tra piatti riscaldati e ghiaccio sui denti. che tra risate e pagliaccerie ci stiam giocando la vita. e una sola non potrà mai bastare. Chiara che sognava ad occhi aperti è morta strafatta. è morta felice. mentre noi ci domandiamo ancora quando finirà questo scavarci le anime alla ricerca di una goccia di sangue che sia ancora puro. sulle strade del ritorno ci sentiamo perduti. ci colpisce l'idea che forse sarebbe stato meglio accontentarsi. ma in queste notti gelide non riusciamo a riscaldarci stringendo corpi dissanguati. quando hai rinunciato a combattere e il coraggio che hai trovato per andartene. e io sempre qui. immobile. con la paura che ci tiene con i piedi per terra. che ci mette in mano una penna e ci fa scrivere. che ci mette in mano una pistola e ci fa sparare. che ci mette in mano una croce e ci fa pregare. ma le mie mani tremano. non possono tenere niente. neanche te.
29 marzo 2010
non riuscirai mai ad insegnarmi l'amore verso i miei simili. che al di là di tutto, fuori da queste quattro mura io e te siamo due esseri insignificanti. continuo a ripeterti che l'importante non è come inizia, non è come continua ma è come finisce. siamo come fiori recisi condannati ad appassire per aver dato bellezza. dovremmo forse imparare ad avere meno pietà per tutti. dovremmo forse imparare a morire un po' di più. imparare a chiedere scusa per i gesti più amorevoli. ad avere la consapevolezza che avere la consapevolezza di tutto non è affatto un bene. che sono uomini che divorano altri uomini, mia cara. tu lasciali fare. tu lasciami fare. sotto le luci ad intermittenza che danno una certa discontinuità a questa esistenza. immersi in un tempo liquido senza più passato o futuro. ci è rimasto da masticare solo il presente. mentre cerchi di spiegarmi che la vita andrebbe presa a sorsi e io sempre lì a bermi tutto d'un fiato. fino a far scoppiare le notti instabili dei nostri tradimenti più sinceri. sarà che per me la vendetta è sempre stato un piatto che va' mangiato bollente e qui si resta sempre a digiuno. sarà che i mesi continuano a cadere dal calendario e si schiantano sul pavimento con rumore assordante. e ci strappiamo la carne a morsi nel tentativo disperato di amarci. il piacere istintivo con cui facevamo l'amore da piccoli e invece adesso scopiamo in modo ragionato e ragionevole. con il vino come anestetico omeopatico per quei nostri sentimenti che non vogliono arrendersi al passare del tempo. nelle nostre giornate fotocopiate male. a rifugiargi nei nostri deserti personali. nell'inceneritore dei ricordi ci finiscono un po' tutti tranne quelli che vorremmo. mi manca sentire il mio sangue sulle tue labbra. mi manca sentire il loro sangue sulle mie mani. adesso ci daranno un conto in banca, una scrivania, un posto auto, una vita senza vitalità e diranno che ci hanno salvati. ci daranno il concerto di natale, i fuochi d'artificio a capodanno, una spiaggia a ferragosto e ci diranno pure che siamo felici. sarà quando avranno già disinfettato tutti i nostri pensieri. perchè eravamo figli naturali della rivoluzione e siamo rimasti orfani per sempre. nostra madre ci ha abbandonati. è diventata una puttana d'alto borgo. adesso siamo figli adottivi dell'impero culturale che tanto odiavamo. a scuola ci facevano disegnare le auto volanti. ci hanno cresciuto con il mito del nuovo millennio promettendoci un futuro da sogno. è finita che ci siamo svegliati dentro a un incubo oppure non ci siamo svegliati affatto.
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