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29 dicembre 2010

E ADESSO PUOI RINCHIUDERTI NEL BAGNO A VOMITARE LE TUE POESIE


e infatti sono andati via tutti. a malincuore ed esalando un primo sospiro di sollievo. come si lascia la prima donna amata. come si lascia una madre ad invecchiare in un ospizio scadente. e noi testardi e folli idioti ancora innamorati del mare. figure in dissolvenza nel niente di fatto. mentre altri futuri e altri scontri esplodono nel cielo distillato della vostra calma apparente. si capiva a prima vista che si era trasferita a bologna dal senso di emulazione di gesti irripetibili che si portava addosso. e poi perchè tutti i suoi vestiti odoravano di fumo buono. di quello che noi non ci possiamo mai permettere. come i nostri obiettivi troppo costosi. accontentarsi. accontentarsi. accontentarsi. che poi quand'è che i soldi hanno iniziato ad essere un fattore così importante per le nostre vite? e il cielo è sempre più nero, altrochè. e la rivoluzione se è un gioco non possiamo più concedercelo. che la nostra è più che altro una vita violentata. e nonostate tutto ammettere di essere felici così come si ammette una colpa. per il ruolo che ci siamo scelti o che più semplicemente ci siamo ritrovati appiccicato addosso. come quando mi dici che il nero mi donava di più e allora non hai capito un cazzo. ma tanto il passato è come quelle parole su fogli impolverati che ritrovi in fondo ai cassetti e che non ricordavi neanche di avere scritto.

6 dicembre 2010

DI RICORDI INTERMITTENTI E DI FUTURI ABBOZZATI


e anche quando non c'è più niente da fare resta comunque tanto da dire. è la città che ci ingravida di parole. è questo amore che ci infebbra la vita. ed è quello che ti meriti. però ricordati dei nostri peccati passati e di tutte le volte che ci siamo squarciati le braccia nei quartieri neri. erano vie intitolate a uomini di stato poeti artisti santi e altri nomi di gente a noi sconosciuta. essere sinceri ed essere insensibili. l'inestimabile valore di questi pezzi di carta che non sanno volare. che ci venivano incontro le madri rimaste orfane di figli spariti ormai per sempre. essere spietati ed essere comprensivi. incomprensibile è questo bisogno di trovarsi da una qualche parte della barricata e non riuscire invece a vivere al di fuori di tutto senza averne paura. tengono i negozi aperti tutta la notte per noi che non abbiamo un centesimo. le luci di natale e le lacrime di dicembre per noi che non abbiamo un cazzo da festeggiare. arriverà un giorno e sarà interminabile. sarà per noi che parliamo da soli e per tua madre non ha più niente da raccontare. esplodono in terra quei nostri amori che ci sembravano epocali e invece erano solo un' ouverture tra l'altro male interpretata. e sopravviveremo ancora ai nostri ricordi intermittenti ai futuri abbozzati e ai versi delle canzoni come manganelli della polizia.

28 novembre 2010

"CHE BISOGNA ESSERE FOLLI PER ESSERE CHIARI"


ci sono questi palazzi enormi che sono come cattedrali moderne. e noi due a camminarci in mezzo per proteggerci dal vento e dalla polizia della gente per bene. parlando di progetti futuri che non riescono ad oltrepassarli e restano ad aleggiare improbabili a circa due metri d'altezza dall'asfalto ancora asciutto. le nostre vite in cassa integrazione per sei mesi un anno e poi chissà. la disintegrazione delle nostre insicurezze interiori. a colpi di abbracci e di discussioni vagheggianti su cosa penserebbe Pasolini della televisione di oggi. e di notte certi botti che non sai mai se sono fuochi artificiali lontani oppure spari sotto casa. girato l'angolo c'è un presidio al giorno di neodisoccupati e i neolaureati che ci passano davanti a testa bassa. lo sguardo ad un asfalto nero come il futuro ma poi chissà. magari a noi andrà meglio. che poi con tutte queste fabbriche abbandonate è un peccato che per noi non sia più tempo di rave. che sia sempre tempo di pagare l'affitto. per un altro inverno senza riscaldamento. per andare ai concerti con le bottiglie di vino nella tua borsa. che vivere costa sempre troppo e a volte noi non potremmo proprio permettercelo. dovremmo accontentarci di esistere. e i ritardi gli scontri questi eserciti di quattro cinque persone che se ci pensi bene siamo un po' in guerra anche noi. partiremo senza salutare e torneremo solo dentro a un libro. per rifarci ancora le anime e non avere più niente da invidiare a dio. per questi amori che sono una dichiarazione di guerra alle tristezze e alle solitudini indesiderate. una guerriglia suburbana per un irrinunciabile diritto ad essere. ci troveranno armati e inconsapevoli. ci sorprenderanno spensierati disperati e sorridenti. e non avremo scampo o forse chissà potremmo anche farcela.

27 ottobre 2010

L'ESAGERAZIONE DELLE TRE LETTERE N O I. CI VORREBBE UN PRONOME PER INDICARE SOLO ME E TE E NESSUN ALTRO


e non ci eravamo mai presi sul serio. nè noi nè quel nostro modo di mancarci appena. ma adesso i nostri occhi hanno sguardi migliori e niente su cui posarsi quando nelle nostre camere lontane regnano silenzi che sono imperi che cadono al suono delle nostre suonerie personalizzate. la musica che anticipa la tua voce. la colonna sonora delle nostre conversazioni infinite. abituarsi alle sirene della polizia che esplodono improvvise come un urlo che squarcia la calma della domenica. nel silenzio surreale della città. la città sporca del sangue incrostato del sabato notte. ai colloqui di lavoro non ci vado neanche più vestito bene. tanto alla fine non ci faranno mai sapere niente. ti richiamo dopo. dopo che avrò deciso cosa fare della mia vita. quindi richiamami tu che io potrei non farlo mai. e come spiegarti il modo in cui queste storie si impadroniscono della realtà. come un mondo immaginario possa a volte rapire e lacerare chi lo concepisce. forse perchè non è esattamente fantasia. e perchè continuare a farlo non so proprio dirtelo. so solo che lo faccio anche se non vale niente in termini economici quindi pratici quindi significativi.

20 ottobre 2010

chissà se riusciremo mai a tenere a mente almeno gli errori del passato.in questo presente che ingoia tutto ciò che è stato.che fine faranno questa volta tutti i nostri verbi al futuro e questo amore che a volte non riesce a sopraffare l'odio per tutto il resto. ma non fartene una colpa. è una questione d'istinto. è una disfunzione dell'immaginazione. anche se mi sembra più che reale il modo in cui ci stanno privando di ogni possibilità. ma tu lavora. lavora e compra. compra perchè ne hai bisogno. lavora perchè devi essere utile ma non a te stesso. lavora compra e vota. al resto ci penseranno loro. tu lavora compra vota e dormi sonni tranquilli alla luce alternata del televisore acceso. una sola morte commovente ci aiuterà a dimenticare tutte le nostre colpe. un'intervista con tanto di lacrime per convogliare tutte le nostre emozioni su una sola insignificante tragedia di cui non siamo complici. per allontanare l'orrore che porta le nostre firme. e mi chiedi pure perchè ho bisogno dell'ennesimo bicchiere per allontanare l'incubo di questa follia collettiva. siamo maschere da esibire agli occhi della gente e ci vergogniamo delle nostre stesse inquietudini. una generazione umiliata dalla sua stessa ignoranza. che volterei le spalle a tutto e tutti e non avrei più bisogno di un nuovo computer di leggere il giornale del caffè al bar della fila alle poste di cambiare font ai post di studiare la società post-industriale e di tutto ciò che non è strettamente legato a noi. e ci trasferiremmo fuori città a vivere fuori orario fuori campo fuori da ogni schema ma finalmente non ci sentiremmo più fuori posto. e invece ci hanno tolto anche la poesia. adesso stringimi finché siamo in tempo che tanto moriremo comunque. che tanto moriranno comunque. sempre troppo tardi, purtroppo.

6 ottobre 2010

LE PAROLE SI DIRADANO. NON SI PERDONO.

dici che non sai neanche se si può più parlare di case. che casa è un concetto troppo grande e chissà se tornerà mai più ad appartenerci. tra le migrazioni infinite per queste città che non durano mai abbastanza da diventare nostre. e ieri e oggi e oggi e domani. e ieri è oggi e oggi è domani. il passato e il futuro non esistono. esiste solo questo eterno presente in cui galleggiare incerti. costruirci pezzo per pezzo. parola per parola. polvere e cenere sulle nostre solitudini più spietate nella rapidità con cui stai profanando le parti più nascoste. e mi sorprende il fatto che non hai paura del buio. tu che sei l'antidoto ad ogni mio pensiero incompiuto. ora che non abbiamo più atti di fedeltà da compiere verso un passato che ci ha portati ad un presente impossibile. impassibile resterebbe il nostro volto dinanzi alla loro fine se non ci fosse in noi qualcosa di sbagliato. come quando sorridendo mi guardavi sorridere ma ci stava ad entrambi piovendo dentro. prendendo tempo attorno a questi stupidi giri di parole. perdendo tempo attorno a tutte le loro inutili parole. è il frastuono umano che deturpa il silenzio naturale delle cose, lo so, ma noi non possiamo ancora permettercelo, il silenzio. nell'irreversibilità dell'odio che ci siamo inevitabilmente gettati contro e la paura di sprecare l'immensità di questa gioia improvvisa. che poi non è vero che le stelle cadono e non fanno rumore. a volte restano attaccate alle nostre volontà di vetro. come le cose che impariamo da piccoli e non riusciamo a dimenticare neanche a volerlo. come i segni delle tue lacrime sui miei vestiti sbiaditi. quando hai scoperto che vivere non è poi come te l'hanno sempre descritto.

27 agosto 2010

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13 agosto 2010

quando parliamo del futuro di che cazzo parliamo. sulle corsie preferenziali dei nostri silenzi si allontanano a folle velocità le possibilità abbandonate. e noi fermi a bordo strada. aspettando un passaggio che non so se verrà ma non credo che venga. e la metrica lo stile la forma la dizione la struttura dell'immagine e chi cazzo se ne fotte. la realtà. la realtà, porca puttana. la realtà è che non siamo un cazzo. la realtà è che possiamo solo accontentarci. delle parole riclate e scopare sempre negli stessi posti. che chissà chi ci hai portato prima, dici. metti da parte i sorrisi per quando non saremo più noi. per quando non ci sarà più nulla di inaspettabile. per quando il dramma si sarà consumato del tutto. e dio, se ci sarà bisogno di ridere. oltre il disgusto. oltre il senso comune di morale che ci dà la nausea. nel frattempo non regalargli neanche un sorriso. non una lacrima. soltanto parole come sputi in faccia. anche se tutti gli altri sono stati ingoiati e poi trasformati nonostante i loro buoni propositi iniziali. nonostante la cazzata del noi non saremo mai come loro. anche se non c'è nulla di immutabile e niente torna mai indietro. che ti terrei con me una vita intera e invece ti raggiungeranno solo le mie parole peggiori e non mi riconoscerai neanche. dopo il silenzio che ha devastato le nostre migliori intenzioni.

29 luglio 2010

NELL'IMPOSSIBILITA' DI SMETTERE OLTRE IL PIACERE

io te e l'alba. tutto il resto è stato spazzato via dalle parole che non avremmo dovuto dire. che vadano pure a farsi fottere Berlino Parigi e Milano. dici che più cinico di me soltanto dio. tutte le occasioni disperse e i lavori di merda che non vediamo l'ora di lasciare. ci hanno raggiunti anche qui. i centri commerciali, la coca, i turisti inglesi e le loro parole peggiori. quando ogni respiro è un miracolo e ce ne accorgiamo solo quando stiamo soffocando. ogni nostro piccolo gesto è una lotta per la sopravvivenza in questo paradiso spietato. accorgersi di non avere più vent'anni è un po' come morire una prima volta. questa vita sfigurata e i doppi turni. il tempo che non basta mai per consumarci abbastanza. quando è troppo tardi per scopare che tu devi andare a lavorare e ritorni che io devo andare a lavorare. tanto poi tu parti e io non avrò mai tempo per inseguirti. resteremo io e l'alba. senza di te. l'essenza di te in fondo a mille bicchieri. l'assenza come presenza costante in questa vita dislocata altrove. almeno ti resterà di che scrivere, dici. quando io preferirei restare senza parole.

13 luglio 2010

CON LO STESSO APPARATO RESPIRATORIO DEGLI SQUALI. E NON SOLO QUELLO.

e all'improvviso arriva i silenzio. pesante come il cielo che inizia a sbiadirsi. i nostri giorni che non hanno mai ventiquattro ore sezionati nei modi più diversi. alla fine l'asfalto è sempre bagnato e rosso. la violenza deve pur sfociare da qualche parte. e noi sempre felici, sorridenti e disponibili per contratto. il buon umore come convenzione sociale. dici che dormo sempre troppo poco. sarà che mi sembra una perdita di tempo che non possiamo permetterci. l'incompletenza del pronome io. e per sentirci vivi finiamo sempre a farci del male. nella stagione dei ritorni momentanei che tanto poi ci spargeremo di nuovo tutti per le città di questa italia Patetica. sarà dopo la fine dei rapporti stagionali come i nostri lavori di merda. che la stabilità è un concetto estraneo alla nostra generazione precaria in tutto e per tutto. le vene dei nostri amici che per fortuna non si tagliano bene. giuro di dire la verità, solo la verità, nient'altro che la verità: io odio la razza umana. a parte qualche rara e significativa eccezione. la nostra apatia che ha radici nell'impossibilità. la difficoltà della nostra sincerità. come il tuo culo fasciato di nero e le nostre bocche sporche di noi.


6 luglio 2010

L'ASTRATTEZZA DI QUESTO VOLERSI BENE

avremo bisogno di una trasfusione di buoni propositi. tra le eterne distanze e le infinite ripartenze. nella nostra totale mancanza di fiducia. quando eravamo distanti eppure così vicini. quando siamo vicini eppure così distanti. perse tutte le guerre di indipendenza dai legami più complicati. le nostre vite con fusi orario da continenti diversi. chilometri di fili trasparenti tra le nostre anime, ingarbugliati ai fuori programma. tanto anche se parlassi non sentiresti niente. ci sono troppe pubblicità e poche zone d'ombra. magari se ci fosse un modo per tenersi distanti si potrebbe anche sperare. altro assenzio in fiamme sui nostri isolamenti forzati. che ci sono rimaste in testa tutte le parole inopportune. l'attesa ai tempi della comunicazione immediata. quando sentirsi e vedersi non è mai come toccarsi. quando speri di perdere tutto. e gli scontrini smarriti delle nostre promesse. arrivederci amore a quando saremo peggiori. che ci hanno rubato anche l'estate e quella strana cosa che non ci faceva dormire. per tutte le volte che non abbiamo avuto la forza per ferirci e per i risvegli perduti. i costanti ci vediamo presto per modo di dire. per tutti i sorrisi che non sono serviti a niente. magari ci fosse un modo per tenerci vicini. potremmo ancora permetterci il lusso della meraviglia. il romanticismo ai tempi dell'inquinamento. dei cieli senza più stelle. nuotiamo tra i sacchetti della spesa dismessi e i bicchieri vuoti della sera prima. tra le bottiglie con dentro lettere di licenziamento da questa vita. cosa c'è di bello nel nascere in riva al mare se è un mare di rifiuti. e scopiamo sulle spiagge dimenticare per dimenticarci. sotto le mura delle case abusive. e dovrà pur esserci un condono per i nostri rapporti illegali.



"pochi motivi per dire la verità
molti per mentire"

23 giugno 2010

TRA L'INUTILITA' DEI NOSTRI DISCORSI PIU' IMPEGNATI

saremo clandestini per sempre. in questo paese del si sa ma non si dice. in questo perenne silenzio stampa forzato. e chissà se saremo in grado di riconoscerci quando e se ci capiterà di scontrarci. ora le nostre vite sovrappeso perdono pezzi in tutti gli aereoporti. con i cani della finanza che ci vengono allegramente incontro per gli odori che ci siamo portati dietro dalle città più lontane. la deframmentazione dei nostri desideri più grandi e la difficile sopravvivenza dei ricordi. immaginando i futuri più improbabili tra le nostre mani che si stringono solo di notte e le parole non dette e quelle gridate. mentre i tassisti notturni non provano pietà per le nostre divisioni infinite. in questa città per cui abbiamo trovato l'antidoto. quando hai cercato di spiegarmi la tua teoria su una vita felice insieme a me e io non ho capito un cazzo. con il mio rifiuto per il farsene una ragione. con la lucidità dell'impossibilità del cambiamento immediato. con il disprezzo verso la comodità dell'adattamento. ci hanno incastrato tutti. nell'illusione dell'essere importanti nei nostri piccoli ruoli da società civile ed evoluta. è una fine inevitabile. quando a sedici anni pensavamo ad un mondo ingovernato e a venti credevamo di poterlo cambiare partendo dal basso. e adesso? adesso si bruci Troia con tutti i suoi abitanti anestetizzati. che Atlantide si inabissi e non riemerga mai più. che l'intero pianeta scompaia e non venga mai più ricreato da un dio imperfetto. nel frattempo faccio un altro bagno in mare, prendo ancora un po' di sole e..cazzo, ho finito le sigarette. e non ci vediamo già da un mese. pazienza. vado a farmi un'altra birra.

9 giugno 2010

"inizia dall'inizio e vai avanti finché non arrivi alla fine: poi, fermati."

ora che il nostro amore lo abbiamo fatto a pezzi chiuso in una sacca e gettato nel fiume del tempo per farne sparire ogni traccia. ora che non so più il tuo nome e non so neanche se esisti. la vita è bene viverla come un viaggio ma viverla da turisti forse è un po' troppo. le luci notturne delle navi da crociera che al mattino vomitavano turisti sul porto di messina che poi alla sera ripartivano senza aver trovato un cazzo da vedere a parte un duomo di merda. c'era quella canzone di non ricordo chi che parlava di non ricordo cosa che ti piaceva così tanto. poi abbiamo chiuso gli occhi e desiderato che tutto svanisse. come sempre, la paura ha avuto la meglio su tutto. sui film della nouvelle vague che finiscono all'alba e sui libri sgualciti per l'eccessivo leggerceli a vicenda. nei pomeriggi infiniti a cercare la vita e nelle notti troppo corte il giorno prima di ripartire. adesso ci guardiamo intorno e pensiamo che questo posto sia splendido. splendido e altrettanto inutile. o inutilizzato. tra i vecchi che bestemmiano a denti stretti e i ventenni senza neanche la voglia di incazzarsi. mentre da lontano ci chiedono come cazzo facciamo a resistere ancora in questo deserto in riva al mare. a tormentarci con le solite domande senza risposta. in fondo non è nient'altro che noia se questi pomeriggi sono una strage di caffè ammazzati a colpi di montenegro. in questo tempo che non vuole morire. tra i ricordi accatastati come vecchi giornali pieni di notizie che non ci riguardano più ma che hanno fatto la nostra storia. tanto non avremo mai prove sufficienti. ciò non vuol dire che smetteremo di dire. quando saremo stanchi delle continue ripartenze, dei futuri sempre troppo lontani, dei denti spezzati a forza di mordere pietre. sarà allora che spegneremo il motore, getteremo via la chiave e inizieremo l'adattamento. per non essere mai più noi stessi. per avere un posto da chiamare casa. per continuare a chiederci a cosa sarà servito tutto questo. intanto ci tocca di vivere al passo rapido dei nostri tempi. cercare trovare prendere lasciare perdere perdersi. a volte ritrovarsi. amarci quasi per caso e odiare anche d'istinto. così poetici e patetici. così schifosamente umani.

3 maggio 2010

alla fine è stato un drammatico bisbiglio da palcoscenico


al telefono stiamo a misurarci le distanze. non avendo più niente da dirci. sintetizziamo i ricordi creando nuove droghe. l'inadeguatezza dei nostri sorrisi e l'inutilità delle loro parole non riuscirà a scalfire la nostra voglia di farci del bene e del male. di farci nel bene e nel male. con le nostre emozioni desaturate abbelliremo questi appartamenti spogli pieni solo di fogli sporchi. che tanto poi li abbandoneremo come abbiamo sempre fatto con tutto. con il bisogno urgente di altre trasfusioni di voglia di vita andiamo in cerca di volti nuovi che assomiglino a quelli che abbiamo buttato via. ricicleremo i nostri corpi usati e ci aiuteremo a smettere di amare. per non ostruirci più le arterie i cuori e le anime. per danneggiare gravemente noi e chi ci sta intorno. è il nostro irreprimibile istinto alla sopraesistenza. e ci confessiamo le nostre vite tra una bottiglia di vino e un grammo tagliato male. avremo rimpianti per tutta la vita nonostante tutte le convinzioni che cerchiamo di ficcarci in testa. che quell'abbraccio resta il migliore che abbia mai ricevuto. altro che queste splendide troie da una notte. altro che queste principesse benpensanti e innocenti. abbiamo sempre amato il peccato e lo sporco. il piacere oltre il sentimento. noi che abbiamo sia sentimenti che sensazioni altrimenti non saremmo davvero vivi. è il motivo per cui non avremo mai pace. è ciò che ci spinge a godere e soffrire. ci innamoreremo di due splendide fasciste perchè restiamo due anarchici del cazzo nel senso più estremo del termine. perchè siamo davvero liberi di fare ciò che più ci viene spontaneo. tipo ordinare coca cola al bar più borghese di piazza duomo. parlando di come eravamo dieci anni fa e riconoscendoci ancora in Colla di Irvine Welsh. oggi come ieri. oggi più di ieri. ammettere che ci siamo soltanto illusi di avere dimenticato ciò che abbiamo perso lungo la strada per arrivare fino a qua. che poi questo qua a cui siamo arrivati non sappiamo nè dove nè cosa sia. tanto arrivare è sempre stato solo una scusa per ripartire. ché non abbiamo ancora abbastanza cicatrici per fermarci. ci sono ancora chilometri di strisce bianche da cancellare e litri di inchiostro da versare e cantine intere da svuotare. e lo spazio edificabile sulle nostre anime è ancora così tanto.

25 aprile 2010

daremo un nome a tutto ciò che facciamo. per poterlo poi dimenticare

dici che vai ancora a rifuggiarti nelle chiese. ci vai a cercare il silenzio sapendo di non trovarci dio. ascoltando tutti i nostri progetti disincantati cantati male su note nate per caso. adesso che abbiamo imparato a rispettare le distanze. tutte le distanze che ci hanno salvati. ora che cerchi di capire come procede la mia vita scrutando tra le mie parole. se riesci a capirlo chiamami e spiegamelo. perchè è finita che non so più neanche come mi chiamo. quindi me lo faccio scrivere sulla pelle in un momento di lucidità. e mi vesto di nero per non sbilanciarmi. come quando alzo le spalle se mi chiedi se adesso sono felice. sarà che parlo e scrivo al plurale anche quando sono solo. con questo schifo di lavoro che mi costringe a stare tutta la notte in mezzo alla gente ma pur sempre fondamentalmente solo. le nostre vite non aspettano più le loro coincidenze. così mi tocca di viaggiare tra spogliarelliste con tette da diecimilaeuro e fascisti che piangono raccontandomi delle loro vite di cui non me ne fotte un cazzo. saremo camerieri e barman per tutta la vita perchè le note le immagini e le parole non si mangiano. non ci diranno mai più buonagiornata e dovremo ringraziare senza ricevere nulla. è la società fondata sul lavoro che hanno sempre cercato di insegnarci. è il mio personale suicidio a tempo determinato e tu che mi dici che non sono nato per questo. che sto svendendo la mia esistenza. la verità è che non ho più l'età per amarmi. e questa vita si svuota rapida come quattro bottiglie sull'isola lunga delle nostre nottate. una fetta di limone a dare il restrogusto aspro necessario. o forse avevi ragione tu. abbiamo sempre avuto bisogno di ingozzarci di tutto questo schifo. di infettarci a contatto con l'umanità marcia. di respirare l'aria putrida dei corpi in decomposizione. ci serve per riuscire a coltivare queste distese bianche altrimenti aride. poi sorrideremo con quell'espressione da impostori. come il finale di quel film che abbiamo visto sei anni fa.

14 aprile 2010

dimmi che non sai farti una volta da sola se non sei con me. vendo tutto, se vuoi. anche quello che non ho mai avuto e tutto ciò che non ho più. i volti a cui non riesco a dare un nome e i luoghi a cui non so dare uno spazio definito. definitivo sembra questo lasciarsi andare all'impreciso. il nostro concetto di vita che andrebbe forse rivisto. questo silenzio asfissiante che si dilunga oltre la peggiore delle ipotesi. respira ancora e continua a contare. la città come non l'abbiamo vista mai. tra il bianco e il nero dei tasti abbiamo intrecciato le nostre vite. chiudi gli occhi e immagina. ti colpiranno mentre sogni. è il motivo per cui ci danno la speranza. respira ancora e continua a raccontare. che viviamo in un paese sempre più verde con un futuro sempre più nero. il coraggio che abbiamo di restare. nonostante i preti, la televisione e io che ti dico che non c'è niente da fare. c'è solo da farsi. nei pomeriggi daltonici sulle spiagge abbandonate. tornerà di nuovo l'estate e noi a scappare da turiti tristemente allegri. tornerà il sole ma non quello che abbiamo perso. ancora una volta ritornerà a scoppiarci qualcosa dentro al cuore. all'improvviso. e ci sentiremo nuovamente vivi. all'improvviso. come se fosse la cosa più semplice da fare. quasi fosse facile come morire. tra piatti riscaldati e ghiaccio sui denti. che tra risate e pagliaccerie ci stiam giocando la vita. e una sola non potrà mai bastare. Chiara che sognava ad occhi aperti è morta strafatta. è morta felice. mentre noi ci domandiamo ancora quando finirà questo scavarci le anime alla ricerca di una goccia di sangue che sia ancora puro. sulle strade del ritorno ci sentiamo perduti. ci colpisce l'idea che forse sarebbe stato meglio accontentarsi. ma in queste notti gelide non riusciamo a riscaldarci stringendo corpi dissanguati. quando hai rinunciato a combattere e il coraggio che hai trovato per andartene. e io sempre qui. immobile. con la paura che ci tiene con i piedi per terra. che ci mette in mano una penna e ci fa scrivere. che ci mette in mano una pistola e ci fa sparare. che ci mette in mano una croce e ci fa pregare. ma le mie mani tremano. non possono tenere niente. neanche te.

29 marzo 2010

non riuscirai mai ad insegnarmi l'amore verso i miei simili. che al di là di tutto, fuori da queste quattro mura io e te siamo due esseri insignificanti. continuo a ripeterti che l'importante non è come inizia, non è come continua ma è come finisce. siamo come fiori recisi condannati ad appassire per aver dato bellezza. dovremmo forse imparare ad avere meno pietà per tutti. dovremmo forse imparare a morire un po' di più. imparare a chiedere scusa per i gesti più amorevoli. ad avere la consapevolezza che avere la consapevolezza di tutto non è affatto un bene. che sono uomini che divorano altri uomini, mia cara. tu lasciali fare. tu lasciami fare. sotto le luci ad intermittenza che danno una certa discontinuità a questa esistenza. immersi in un tempo liquido senza più passato o futuro. ci è rimasto da masticare solo il presente. mentre cerchi di spiegarmi che la vita andrebbe presa a sorsi e io sempre lì a bermi tutto d'un fiato. fino a far scoppiare le notti instabili dei nostri tradimenti più sinceri. sarà che per me la vendetta è sempre stato un piatto che va' mangiato bollente e qui si resta sempre a digiuno. sarà che i mesi continuano a cadere dal calendario e si schiantano sul pavimento con rumore assordante. e ci strappiamo la carne a morsi nel tentativo disperato di amarci. il piacere istintivo con cui facevamo l'amore da piccoli e invece adesso scopiamo in modo ragionato e ragionevole. con il vino come anestetico omeopatico per quei nostri sentimenti che non vogliono arrendersi al passare del tempo. nelle nostre giornate fotocopiate male. a rifugiargi nei nostri deserti personali. nell'inceneritore dei ricordi ci finiscono un po' tutti tranne quelli che vorremmo. mi manca sentire il mio sangue sulle tue labbra. mi manca sentire il loro sangue sulle mie mani. adesso ci daranno un conto in banca, una scrivania, un posto auto, una vita senza vitalità e diranno che ci hanno salvati. ci daranno il concerto di natale, i fuochi d'artificio a capodanno, una spiaggia a ferragosto e ci diranno pure che siamo felici. sarà quando avranno già disinfettato tutti i nostri pensieri. perchè eravamo figli naturali della rivoluzione e siamo rimasti orfani per sempre. nostra madre ci ha abbandonati. è diventata una puttana d'alto borgo. adesso siamo figli adottivi dell'impero culturale che tanto odiavamo. a scuola ci facevano disegnare le auto volanti. ci hanno cresciuto con il mito del nuovo millennio promettendoci un futuro da sogno. è finita che ci siamo svegliati dentro a un incubo oppure non ci siamo svegliati affatto.

18 marzo 2010

i manichini in fila si vestono di sorrisi alla moda. chissà quanto siamo lontani adesso. c'erano tracce di vita ovunque e l'unica cosa che mi mancava era il sapore di un caffè decente sulle sue labbra. quando mi hai portato a vedere ciò che non era più mare ma era diventato oceano. quando tenendomi per mano mi hai accompagnato fino alla fine del nostro cammino di Sant'Ago. la Parigi-Dakar alcolica e poi restare affascinati dall'ombra di una devozione. che piove sempre ma dolcemente. contaminarti con le mie parole che lette da te suonano addirittura dolci. imparare nuovi modi di dire, nuovi modi di fare, nuovi modi di vivere, nuovi modi di amare. mi scrivono per dirmi che la mia terra sta crollando e gli avvoltoi promettono case, ricostruzione e una canzone che scalerà le classifiche. aggiungono che troverò un tappeto di rifiuti ad accogliermi e mi chiedo da solo perchè mai dovrei tornare indietro. quando mi accompagni in aereoporto mi fai arrivare tardi all'imbarco. dici che ogni tanto è bello sentire chiamare forte il proprio nome e sentire che siamo attesi da qualche parte da qualcuno. mentre penso che ogni tanto gli aerei bisognerebbe avere non soltanto il coraggio di prenderli ma anche di perderli. chissà perchè ogni volta salutarsi è come abbandonarsi. e chissà chi ha ragione quando prima di voltarti io ti dico addio, tu mi dici ciao.

8 marzo 2010

io non ti chiamavo mai per nome

chissà cosa scriverai adesso che sono tutti preoccupati per una democrazia che non hanno mai avuto. come condannare tutti ma non punire nessuno. il reato di tortura che in Italia non è neanche previsto. i nostri digiuni forzati e i desideri senza fissa dimora. questo sputo di terra sempre più misto al sangue. che saranno sempre in anticipo sul tuo stupore. la loro arma migliore resta il silenzio o meglio ancora la voce controllata. i trafficanti dell'ordine preimpostato arriveranno che i tuoi fiori non saranno ancora sbocciati e noi non avremo nulla da perdere. solo le nostre misere vite. perchè siamo il peccato che si deve commettere per sentirsi vivi. mentre Dente ci sbate indietro e avanti nel tempo e ci fa addirittura sorridere d'amarezza. le nostre tristezze misurate e amplificate con le canzoni che non dovremmo ascoltare. ho finito di scrivere una cosa oggi che ti farei leggere ma che forse non saresti più capace di capire. mi sfiora l'idea arrendevole che non sorgerà mai più il sole. mentre tutte queste lune e stelle cadenti cominciano a non bastare più. quando a Milano scrivevo che se l'anormalità è spontanea la strada cosparsa di rose può essere noia mortale. per questo esiste l'irreale. anche i pensieri, come tutto il resto, hanno una loro scadenza. non so se aggiungere un purtroppo o un per fortuna. e mi va' il caffè di traverso mentre uno sbirro mi siede accanto. sarà che non ho ancora superato tutti i miei traumi infantili.

2 marzo 2010

tra una laurea in falsificazione intenzionale e una notte armata al rum

mi chiami e mi dici che hai deciso che andrai a studiare a Roma. hanno aperto un'altra fabbrica di arrivisti e capi d'azienda. una specialistica in truffa e furto legale. da piccoli ci sporcavamo nello stesso fango, facevamo il bagno nello stesso mare. ci siamo ubriacati bevendo dalle stesse bottiglie sottocosto, abbiamo scoperto l'amore nello stesso giorno e il piacere fisico nella stessa notte. crescevamo liberi e volevamo esserlo per sempre. noi non avremmo fatto la fine dei surrogati di esseri umani che avevamo intorno. ora guardo quello stesso mare a cui io torno spesso e la spiaggia è cambiata sotto le sue carezze e i suoi schiaffi. è quasi irriconoscibile. quasi come lo siamo noi. migliorare o peggiorare è solo una sfumatura tra punti di vista differenti. l'aspetto costante e obiettivo è solo il cambiare. ho sempre odiato l'accento nordico quindi adesso non amo più sentirti parlare. le tue radici sono prima marcite e adesso si sono del tutto spezzate. costruiranno un ponte per unirci ma non servirà a niente. che ci siamo divisi per sempre. non raccoglierò più i tuoi cuori che per strada perderai e dirotterò i tuoi voli per non farti tornare più. in questa repubblica democritica ma per niente attiva. ci tengono in crisi perenne e controllata per non farci sperare più. per non farci sparare più. tutta l'inutile cultura universitaria e l'esperienza per i quartieri degradati di queste città violente. che volevamo imparare a raccontare e invece ci insegnano ad ingannare. e ci bocciano agli esami perchè non vogliamo accettare il fatto che debbano esserci delle regole per dire la verità. e ci bocciano agli esami perchè non vogliono accettare il fatto che si deve dire la verità. e ci bocciano agli esami perchè non vogliono farci dire la verità. allora gli lasciamo la verità e ci prendiamo la realtà. cambiano i modi e le forme del dire ma il succo acido del discorso resta sempre lo stesso. camminare ad occhi chiusi è un gioco troppo facile. ciò che è straziante è aprire gli occhi e vedere ciò che abbiamo intorno. straziante è il fatto che se ci hanno portati a rimpiangere il nostro passato più buio vuol dire che il nostro presente è ancora più oscuro e nauseante. che la lotta armata era quantomeno sincera. questa calma apparente è invece qualcosa di sporco e viscido che risplende all'esterno. siamo come i vecchi indiani. imbottiti di rum e gioco d'azzardo. il re vestito d'oro è strafatto di coca pura e noi ci accontentiamo della coca tagliata male. per sentirci tutti un po' più qualcosa. per non sentirci più ciò che in realtà siamo. e non siamo più tanto sicuri di essere tutti uguali. non siamo più tanto sicuri di voler essere tutti uguali.




..il ricordo, si sa, trasfigura la realtà
la verità se ne sta sulle stelle più lontane..
..cosa rimane di noi
ora che ci siamo amati ed odiati e traditi
e non c'è più limite?..
..che cosa resta dei sogni che avevamo nella testa?
la nostra esperienza a che cosa servirà?..
..io ti amo e non ti penso mai
penso a quello che ci resta..
..noi voliamo invano..

4 febbraio 2010

IN MEMORIA DI UN RE

chissà cos'altro ancora ci prometteremo. tra le corde di chitarra che si spezzano di notte senza fare rumore. come a scusarsi di avere ceduto nel momento meno opportuno. cadiamo a pezzi senza avere mai i pezzi di ricambio quando servono davvero. in questa città che sembra di stare in Spagna ma senza la sangria, la paella o i separatisti baschi. come passare per Corso Sicilia ed avere la sensazione paradossale di essere a Milano. i treni che ci passano sotto la moquette logora rosso sangue e che ci fanno tremare le mai ma meno dei nostri timori più insensati. abbiamo preso la cattiva abitudine di sfiorarci e perso la vecchia usanza di incontrarci di rado. di scontrarci di rado. tra queste pagine si aprono voragini profonde come i nostri buchi di memoria. come i buchi in cui si accumula polvere bianco sporco disciolta. mi telefoni di notte e mi dici che gli hanno sparato in testa e che queste cose non dovrebbero succedere più che cazzo non siamo più negli anni settanta ottanta novanta. il mio primo pensiero è che adesso dovrò trovarmi un altro punto vendita e và bene ho capito non preoccuparti adesso lasciami dormire. tanto domani ne resteranno giusto due righe sul quotidiano locale. perchè i fatti che formano la realtà che ci tocca non si raccontano. e soprattutto, non sparano mai in testa alle persone giuste.

20 gennaio 2010

i ricordi informi di carne infetta. con incise sul braccio le cicatrici delle vite concluse e di quelle appena iniziate. quando per farci sorridere ci facevamo bere a vicenda. per dimenticare tutte le bruciature tutte le prime volte tutte le splendide possibilità mancate. per trasformarci i volti nelle assenze e le parole nei silenzi. i nostri sguardi ammutoliti che chiedevano sempre qualcosa di più. le bottiglie incendiate che disegnavano allegre traettorie nell'aria e accendevano i fuochi che riscaldavano i nostri sogni di un mondo diverso. quando abbiamo esagerato con i cartoni e non avevi più occhi per piangere e io non mi sentivo più la bocca per poter parlare. siamo rimasti ad ascoltare i battiti del cuore di questa città così silenziosa. suonano le canzoni che parlavano per noi. le suonano così forte da farci venire le crepe sui cuori. con il whisky come anestetico per operazioni a cuore aperto. così stanotte io ti faccio entrare come lama nella mia carne. incurante del dolore che farai perchè l'importante è che io senta qualcosa. qualunque sensazione sia. perchè la ricerca dell'anormalità è una banalità di per sè. se assunta con la ricerca dell'originalità l'effetto sedativo può anche aumentare. adesso è tutto come un prima e dopo Cristo e dio, se non abbiamo bisogno di profondità. allo specchio guardiamo il giallo dei miei occhi che una volta era bianco ed è lì che è andato a finire tutto il vino bevuto per colpa di non sappiamo cosa. le foto attaccate ad armadi che mai riordineremo per l'estate chissà perchè ce le mettiamo. le osterie sotto casa e gli spacciatori dietro l'angolo sono il modo che ha questa città per dirci che ci vuole bene. che vuole assecondare queste nostre distrazioni artistiche che sono squarci in questi letti sempre strafatti. complimenti, critiche, proposte e insulti che cadono nell'inceneritore delle nostre indifferenze. noi non faremo la nuova letteratura, la nuova pittura, la nuova fotografia, il nuovo cinema, la nuova musica. noi faremo ciò che è stato già fatto semplicemente perchè non è ancora stato capito. sarebbe come smettere di dire che la nostra cultura è politicamente e socialmente sbagliata solo per iniziare a dire qualcosa di nuovo. tipo che siamo stati sfruttati, derisi, insultati e ora feriti. domani uccisi. che nei nostri ospedali capita di non avere il tempo di vedere la mamma e si è già morti. non chiamatela malasanità, chiamiamola selezione sociale. dopo la stagione del terrore, la stagione delle stragi, la stagione del silenzio, adesso stiamo probabilmente vivendo la stagione dell'ignoranza compiaciuta. ci vuole la crudeltà necessaria a sopravvivere. la dolcezza necessaria a vivere. noi faremo la nostra storia e sceglieremo ancora una volta di avere una terza scelta. loro faranno la storia dei libri perchè voi sceglierete ancora una volta di avere una sola scelta. questa vostra verità giornalistica, documentaristica, storica, sempre più distante dalla realtà. che la cultura ci appare qualcosa di sempre più soggettivo. laureati ignoranti e spacciatori geniali. in questi tempi di surriscaldamento globale e raffreddamento emozionale. ancora mi chiedi se credo in dio. credo che se dio esistesse davvero e se fosse l'essere onnipotente e immensamente giusto che dite, ci avrebbe già sterminati tutti da tempo. quando gli afterhours in registrazione live cantavano che non si usciva vivi dagli anni ottanta e adesso verrebbe da chiedersi cos'è sopravvissuto agli anni novanta. per fortuna che cambia traccia e voglio anch'io quella vacanza di pietra e sentire ancora le dita fondersi. così stanotte ti faccio entrare e tutto il resto resta fuori. mi sembra l'unica soluzione davvero piacevole.

7 gennaio 2010

"C'E' UN POSTO ANCHE PER NOI IN QUESTO ANGOLO DI MONDO STRANO"




passeggeremo mano nella mano fino alla fine della fune. quando cadremo non ci sarà tristezza tanto grande da impedirci di continuare a vivere e godere. crediamo l'uno nell'altra ma non sarà niente di che la notte in cui tradiremo. abbiamo finalmente trovato una casa e, almeno per il momento, non abbiamo bisogno di andare a vivere a Parigi o a Berlino. il fascino di amare ciò che più ci è vicino. questo mare che ci bagna i desideri e i nostro occhi che si immergono nelle nostre anime. viaggeremo, conosceremo, incontreremo ma sempre torneremo. nel buio le tue mani d'improvviso sul mio cuore innescano impulsi emozionali che avevo dimenticato. quando credevamo di non avere più niente da guadagnare perchè avevamo perso ciò che ci sembrava il massimo che si potesse avere.adesso io guardo quel tutto e mi sembra così vuoto. e ansiolitici per i miei pensieri più duraturi e botte di vita da ottanta euro al grammo per non sentire il peso di questa lontananza momentanea. e le nostre tristezze fraintese, scambiate per rimpianto da chi crede di sapere tutto di noi e di essere ancora il nostro pensiero fisso. ci siamo inevitabilmente infettati di un virus vitale e noi stessi siamo la cura. noi che torniamo a coniugare i verbi al futuro ma con la giusta consapevolezza del presente.noi che sappiamo ancora perderci e ritrovarci. noi che sappiamo che non esistono sicurezze ma solo desideri. noi che sovvertiamo l'ordine precostituito delle nostre vite e brindiamo alla vita ogni volta che siamo ad un passo dalla morte. saremo terroristi infiltrati nei nostri cuori e faremo saltare in aria tutte le nostre insoddisfazioni. mentre le notti insonni hanno finalmente trovato una loro utilità.


"è una sensazione curiosa arrivare in una città sconosciuta
e sapere che lì tu amerai con un amore che non hai mai provato."

1 gennaio 2010

come se fosse il primo "buongiorno" di tutta una vita





ti regalo uno schermo antiproiettile per difenderti dalle nostre parole lontane. tipo una difesa preventiva dal bene che potremmo farci. poi ti faccio ascoltare qualcosa che ho appena scoperto e ci addormentiamo così, mano nella mano e cuore nel cuore. con questa musica senza parole a fare da sinfonia ai nostri sogni. al risveglio non ci ricordiamo quanti anni abbiamo ma tanto che importa? l'età è soltanto un dettaglio anagrafico. mentre ho i sogni ancora sugli occhi, metti questa canzone di Mina che non avevo mai ascoltato per intero. penso che dovremmo rivalutare almeno una parte dei vecchi gusti musicali dei nostri genitori. e sei a meno di due passi da me. con le nostre anime pronte ad invadersi e a dichiararsi guerra o amore, che tanto è lo stesso. poi ti leggo l'ultima cosa che ho scritto e mi sorprende il fatto che non la trovi deprimente. questa mattina non andrò al bar a leggere i quotidiani. perchè le armi atomiche ce le stiamo già costruendo in questa stanza. senza la paura per il male che potremmo farci. da questi pochi metri quadrati cominceremo a mescolare le nostre miscele esclusive. per incendiare l'anima e radere al suolo tutti i ricordi andati a male. costruiremo tutto daccapo ripartendo dalle fondamenta, fino ad arrivare agli attici dei tuoi tacchi alti. dormiremo solo nel buio più completo, perchè i sogni possano colorarsi dei nostri desideri. viaggeremo con le cinture di insicurezza sempre troppo strette. con questa nostra fama chimica che ci stringe lo stomaco. apparteniamo ad altri luoghi, adesso, ad altre strade, ad alti nomi. noi adesso apparteniamo a nuovi noi. noi adesso scriviamo la realtà ma avendo prima il coraggio di viverla. in questo senso, siamo come i manichini dei crash test. sappiamo amare e odiare allo stesso tempo. restare fedeli nel tradimento. curarci e ferirci l'un l'altro. siamo la salvezza che ci condanna alla vita. e non ci importa dei disastri annunciati, della fine inarrestabile e dei tabaccai agli angoli delle strade che non sorridono più. in questa città che non ha mai compreso le nostre disfunzioni sociali. ad incastrarci i nostri desideri frammentati. la nostra politica dei fatti e degli strafatti. e per Natale ti regalo anche una neve molto costosa. per santificare le feste ma sempre al contrario.